"Lezioni di volo" di Francesca Archibugi, con Giovanna Mezzogiorno.
I primi 30’ hanno fatto riemergere in me ricordi ed emozioni sopite. Io in India ci sono stato quasi un anno, per lavoro, fuori dai circuiti turistico-spirituali, e posso testimoniare che l’India fotografata dall’autrice con taglio quasi documentaristico, che non indulge nell’immagine del “buon indiano” pervaso dello spirito immanente e dalla cultura millenaria di accoglienza, è la vera India. L’India dei mendicanti storpi e mutilati, dei bambini “scalpellini” che nelle cave di granito tagliano, come i padri, le pietre che saranno poi trasportate dalle madri in gerle in equilibrio sulla testa, dei risciò a motore (tra i veicoli più inquinanti sulla faccia della terra), dei tassisti che ti derubano di tutto non appena ti distrai un attimo, dei collegi e degli hotel esclusivi, delle bastonature dei poliziotti ai disgraziati.
Però, una volta ambientata nel modo migliore, la narrazione torna su contesti già ampiamente sperimentati e perde gran parte dell’iniziale profondità, lasciando spazio a storie di ordinaria fragilità occidentale nelle quali l’India gioca ormai un ruolo secondario di sfondo, che altro non è che un mero sipario strappato.
I due protagonisti maschili, due giovani alla ricerca di un senso e un’alternativa al vuoto pneumatico in cui vivono, non sono credibili, né capaci di supportare la trama con una recitazione anche lontanamente coinvolgente. Giovanna Mezzogiorno, seppur bellissima, indulge nelle classiche pose malinconiche e tristi, si crogiola nel solito conflitto con il compagno di turno, e finge di cercare rifugio in una occasionale quanto improbabile relazione con uno dei due giovani.
L’altro piano narrativo accenna ai genitori dei protagonisti rimasti a casa, due coppie agiate con le solite nevrosi da cinquantenni insoddisfatti.
Il tutto condito da una buona fotografia a cui manca solo l’aspetto che dell’India resta nella memoria, indelebile, dal primo momento in cui si scende dall’aereo, la puzza!
Ho rivisto “Bianca” di Moretti e devo dire che mi è piaciuto. Un pò di più di quando l’avevo visto la prima volta, molti anni fa.
A parte la citazione da “La finestra sul cortile”, proposta a parti invertite, là chi sbircia è il buono, qui il cattivo; a parte il solito tono apparentemente minimalista, sicuramente intimista, che, purtroppo, in Italia ha fatto scuola e viene usato spesso a sproposito; a parte alcune battute grandiose tra cui quella sulla Saker Tort (a chi non l’aveva mai sentita nominare dice: “...allora facciamoci del male”), e quella di chiusura (“è triste morire senza figli”); cose che da sole valgono il prezzo del biglietto, bisogna aggiungere che è un film che va in presa diretta sul tema della coppia e più in generale del matrimonio. A suo modo un film profetico. Monumentale la metafora delle scarpe secondo la quale ciascuno vive il suo rapporto di coppia così come calza una comoda, vecchia scarpa, ognuno la sua e a suo modo. Ovvero, non pensate di normalizzare i rapporti tra le persone, ciascuno è unico e irripetibile, e malgrado tutti gli sforzi che potrete fare non ci riuscirete mai.
Allora ho pensato ai DiCo e al polverone che intorno ad essi si è sollevato.
Prima considerazione: se ogni tipologia di rapporto deve essere normato dallo Stato non finiremo più; io penso semplicemente che se due persone vogliono che la loro relazione entri in uno schema diritti-doveri codificato si possono sposare. Con rito civile. Stop. Diverso è il discorso delle coppie omosessuali (ma allora chiamiamo le cose col loro nome...), ma non voglio affrontare il tema. Non sono di destra, né di centro, né di centro-sinistra, tanto meno cattolico, ma la penso così...
Seconda considerazione: vuoi vedere che i DiCo ce li mettono sotto il naso per farci dimenticare tutti gli altri insoluti e ben più gravi problemi di questa nostra italietta, così da poter continuare indisturbati a farsi i fatti propri a discapito dei nostri? Un grande coup de théatre.